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Data girls #5: la storia di tech startup di Elena Pasquali

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La storia di Elena è, come quelle di Data Girls, di una donna tenace che non si è arresa e affronta la vita con una risata coinvolgente. Quanto è importante non fermarsi ai no, alle porte in faccia, ai doppi standard della società e alla discriminazione?

È attualmente CEO di Ecosteer, una startup che ha unito l’ internet of things e la blockchain per permettere agli utenti privati di essere remunerati per condividere i propri dati con le aziende. Un’idea che non si è creata da sé. Sottolinea che le innovazioni di prodotto, rispetto alle invenzioni, eliminano i problemi degli utenti, ma spesso sono sottovalutate. La teoria secondo la quale Steve Jobs si sia svegliato un giorno con l’idea di lanciare l’iPad è un mito, un’invenzione della letteratura, oltre che lo sbaglio di molte startup.
Alla base delle innovazioni c’è un team, disposto a cambiare il proprio focus e a lavorare in gruppo.

“Bisogna avere la mente aperta ed avere una grande passione, vedere tutti i punti e metterli insieme, senza dover entrare in un sistema di riferimento precedente, ma aspettando un quadro nuovo.”  

La mia prima domanda è come il coronavirus abbia colpito la sua azienda e lei mi risponde “siamo famosi per essere resilienti“. Mi parla della nascita della startup nel Regno Unito e del problema principale: non essere presa sul serio. “Gli italiani sono bravi nelle tre F: food, fashion, and furniture. Dovrebbero concentrarsi su questo” si sente ripetere di continuo, ma lei crede in questa idea di business con tutta sé stessa.
Si definisce una rivoluzionaria con le spalle grosse: è consapevole di dover lavorare, forse più di quanto deve fare un uomo, per essere presa sul serio.

Si laurea con 110L con un PhD in biologia molecolare, dopo un’improvvisa passione nata da alcune letture di ingegneria genetica. Non nega di aver avuto mille ripensamenti sulla sua scelta: non voleva passare la sua vita in laboratorio. Inizia così a lavorare per un’azienda che le dà, oltre alla possibilità di stare in laboratorio, la possibilità di parlare  di interfacciarsi con persone esterne. Da qui comincia la sua carriera fra Italia ed Inghilterra.

Capisce velocemente che un problema riguarda i sistemati informatici per processare i dati: è costosissimo per le aziende. Mi spiega: “Il valore del dato è nella sua immediatezza e la numerosità degli usi che ci si può fare. I dati di adesso, di questo momento, sono quelli che valgono di più ed il valore aumenta con l’aumentare degli usi che se ne possono fare.

Vive molto in Inghilterra, dove si sente soffocare. Non riesce a trovare fondi per la propria startup ed il referendum del 2016 è il punto di non ritorno: decide di lasciare quella che negli ultimi anni era stata casa sua. “Giacomo, non sai quanto ho pianto quando hanno deciso di uscire dall’Unione Europea.”
A quel punto, però, aveva un software pronto per il lancio sul mercato e la sua startup viene accelerata da H-FARM e Cisco. È proprio qui che nel 2017, durante una conversazione con una mentor, capisce cosa deve fare: sfruttare un’architettura già esistente per implementare un concetto nuovo, cioè la proprietà personale dei dati e della blockchain, non come strumento per conservare i dati, ma mutuando l’idea di decentralizzazione.

Il concetto di base della sua startup è il controllo dei dati: “Il software consente a chi possiede i dati di gestirli e a cederli alle aziende a cui servono, venendo remunerati per questo. Abbiamo ottenuto finanziamenti dalla Provincia Autonoma di Bolzano. A Luglio siamo stati incubati da Noi TechPark.” La remunerazione funziona con dei tokens: per ogni flusso di dati condiviso con un’azienda, o un istituzione, l’utente riceve una cifra in tokens che poi potrà utilizzare con le aziende partner.

Quando le chiedo se questo non porterà alla perdita della privacy degli utenti mi dice: “Siamo già in un grande fratello, ma se ne esce ritornando in possesso dei propri dati. Ora, per esempio, si parla dei dati delle persone per diminuire i contagi del coronavirus. Questi dati già ci sono, perché con il telefono diamo la nostra posizione continuamente e non abbiamo nessun controllo su questo. Questi dati sono utilissimi, ma dobbiamo sapere da chi vengono usati e come. Con un meccanismo di rewarding si supera la risposta naturale degli individui, cioè la chiusura. Il segreto, quindi, è la gamification.”

È attualmente una delle poche CEO nell’IT e per questo sente il peso delle aspettative. Mi dice di aver sofferto spesso per le discriminazioni di genere. Un giorno, durante un pranzo dove stava spiegando il funzionamento del suo software, le dicono: “Signorina, lei parla di tante cose e molto complesse.”
Comunque si definisce molto serena in questo momento, grazie anche al team che si è costruita con i suoi soci e alle soddisfazioni che sta avendo.

Consiglia a tutte le ragazze di studiare informatica e di non sabotarsi da sole: solo chi ha le competenze può cambiare il mondo. E di aprire gli occhi, le discriminazioni di genere esistono e ne sono vittime inconsapevoli ogni giorno.

A tutte le ragazze consiglio di lasciare un impatto. Ciò che può veramente cambiare il mondo è la tecnologia. Se volete essere le protagonista del cambiamento siete pronte. Volete un mondo con il mito dell’uomo forte al comando o volete collaborare ed essere voi il futuro?   

La storia di Elena è un po’ la storia di tutti noi che crediamo in quello che facciamo, sognatori o folli che si voglia dire, ma con una grande fiamma dentro e la voglia di fare, anche se ancora non sappiamo bene cosa. Il cambiamento parte dalle persone, e come dice bene Elena, la collaborazione ne è la chiave fondamentale.

    

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