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Non chiamateli startupper

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Se c’è una parola che ogni volta che la vedo scritta mi crea un misto di rabbia, punti di domanda e imbarazzo è startupper.

E non sono proprio il genere di persona che non si nutre di inglesismi, lavorando tra Londra e l’Italia mi escono naturali. In questo caso, l’inglesismo in sè non è il problema maggiore, ma le conseguenze che derivano dall’utilizzo di questa parola.

Se è vero che in Italia abbiamo un problema con l’utilizzo della parola startup, allora è vero che abbiamo una serie di problemi anche con l’utilizzo della parola startupper.
Secondo una visione superficiale può sembrare una di quelle parole nuove che servono a descrivere un nuovo fenomeno, quello dell’imprenditore che fa startup.
Tuttavia, siamo davvero sicuri si tratti di una parola essenziale, sia per i diretti interessati che per i giornalisti, i professionisti e molti altri?
In questo articolo vorrei spiegare chi è lo startupper e le conseguenze che derivano dall’utilizzo di questa parola, molto spesso usata in modo improprio e impreciso, alla stregua della parola startup.

Fare startup non significa necessariamente arrivare con un’idea che potenzialmente cambia equilibri, tradizioni e modi di fare dall’oggi al domani, come ci vogliono far credere alcuni.

impresa verso startup, imprenditore e startupper alessia camera

Photo by Debby Hudson

Così come essere uno startupper non ti rende potenzialmente più figo e astuto rispetto a chi fa l’imprenditore da qualche decennio.

Se è vero che fare startup implica competenze e modi di pensare potenzialmente diversi da quelli che hanno visto il nascere delle piccole medie imprese in Italia qualche decennio fa, non è altrettanto vero che queste competenze siano così diverse da giustificare l’utilizzo di una nuova parola. Nella sostanza non cambia: sempre di azienda e imprenditoria si parla. Quindi, perché farci credere che sia qualcosa di completamente diverso?

All’estero una startup non ti rende uno startupper

Secondo lo studio annuale di Atomico (uno dei più grandi investitori al mondo) “The State of European Tech” dal 2005 in Europa sono state fondate circa 41 aziende tech che sono state valutate più di $1B, i cosiddetti unicorni. Da Spotify a Zalando, da Trivago a BlaBlacar sono nate una serie di startup che attraverso investitori che ci hanno creduto, azioni di borsa che le hanno rese pubbliche oppure aziende che le hanno acquistate, hanno alimentato la creazione di un ecosistema nuovo.

Unicorni startup da un miliardo in europa by atomico

Qualcosa che negli ultimi decenni non era più successo in modo così eterogeneo e concentrato, se non qualche centinaio di anni fa, quando i cavalli hanno lasciato spazio alle auto e sono nate le prime grandi aziende automobilistiche.
Questi grandi esempi hanno attratto talenti e sono state di ispirazione per lo sviluppo dei principali ecosistemi tech europei. E’ quindi normale e fisiologico che sempre più persone decidano di seguire questa strada.

Dai giovani neolaureati che decidono di investire i primi anni di carriera nello sviluppo di un’idea, per poter mettersi in gioco e imparare molto più in fretta e sul campo rispetto a un lavoro 9 to 5 in un’azienda tradizionale, dove per crecere e avere più responsabilità devi spesso aspettare che il tuo capo vada in pensione, indipendentemente dalle tue capacità.
Se fai startup, inoltre, è più semplice capire e applicare tutte quelle nuove tecnologie che abbiamo oggi a disposizione, senza dover aspettare i tempi aziendali e le agognate politiche di digital transformation, che spesso sono solo modi cool per rinominare i dipartimenti senza in realtà cambiare quasi nulla del lavoro quotidiano.

In altri casi si tratta di professionisti 40-50enni che finalmente decidono di pensare un po’ più a loro stessi, dopo una carriera di responsbilità, e decidono sia arrivato il momento di rischiare un po’ di più buttandosi nel mondo tech. La tecnologia ha diminuito notevolmente le barriere all’ingresso e gli investimenti iniziali, quindi perché non provare a sviluppare un’idea prima di considerare in quale Paese passare il resto della propria vita da pensionato? Startupper definizione e significato alessia camera

L’idea delle startup e degli startupper è quindi arrivata ovunque alimentando speranze, sogni e ambizioni. Allo stesso modo fa piovere critiche da parte di chi non capisce oppure pensa sia semplicemente una moda passeggera, che maschera una forma di pigrizia e a volte l’incapacità di lavorare per una vera azienda.

Tuttavia, al di là delle critiche, la verità è che chi fa startup non fa impresa in modalità diverse rispetto alle aziende con un modello di business più tradizionale.

Imprenditore tradizionale e tech startup cosa imparare? alessia camera

Photo by Katy Belcher on Unsplash

E’ vero che le startup per definizione fanno riferimento alla sacra trinità delle startup, che quindi le rende completamente diverse dalle piccole media imprese che siamo abituati a vedere in Italia. Ma è il caso di dire che ciò non implica un modo diverso di gestione aziendale. Allo stesso modo di un imprenditore “tradizionale” uno startupper ha un team da gestire, un obiettivo da raggiungere, e non è che chiamarsi startupper lo rende più cool e più alla moda rispetto all’utilizzo della definizione classica.

A Londra ci sono founder, co-founder, advisor e amministratori delegati comunemente chiamati CEO. Non c’è differenza tra il CEO di un’azienda tecnologica e il CEO di un’agenzia o di una piccola media impresa agli occhi di entrambi, del mondo tech e in generale dell’opinione pubblica.

L’unica differenza tra una startup e una piccola media impresa sta nel modello di business, nel settore e nella dimensione.  Non prevede nuove regole di gestione.
All’estero non esiste lo startupper, ma l’imprenditore o l’amministratore delegato, perché non avrebbe senso utilizzare una nuova parola per definire chi fa startup.

Perché non ha senso usare la parola startupper?

Essenzialmente non serve, per alcune ragioni.

La prima. Perché in inglese è una parola che non ha alcun senso.
Ho già sentito qualcuno presentarsi come “startupper” 
durante un pitch in una delle ultima fiere per startup a Londra, alla stregua dei founder delle “innovative startup”, binomio che purtroppo fuori dall’Italia non ha alcun senso. Consiglio: non usate queste parola #pernessunaragionealmondo (assieme alla lista delle frasi che uno startup founder non dovrebbe dire mai).

La seconda. Perché non implica una definizione condivisa.
Chi è uno startupper? Un imprenditore wannabe che non ha voglia di lavorare, perché si crede più astuto o furbo degli altri? Oppure che crede che il fatto di fare startup lo faccia diventare automaticamente più figo rispetto a chi fa azienda?
Beh, bello mio, ti devo dire una cosa: fare startup è la stessa cosa di fare azienda, e se secondo te non lo è allora c’è qualche problema di fondo.

La terza. Perché usare un nome diverso per indicare chi fa startup da chi fa impresa implica  il creare una differenza che potenzialmente non esiste.
Se usiamo la parola “startupper” per definire il CEO o il founder di una startup, allora dovremmo utilizzare definizioni ad hoc anche per tutti gli altri tipi di founder, da chi ha un’impresa individuale a chi gestisce un bar o un’agenzia. Magari ci potrebbe tornare utile quella di direttore megagalattico dei Fantozzi degli anni ‘80 per descrivere l’amministratore delegato di una multinazionale, ma per tutti gli altri?
Perché complicarsi la vita per voler definire i diversi tipi di imprenditori, quando essenzialmente le caratteristiche sono simili in tutti i settori?
Gli imprenditori hanno caratteristiche simili in tutti i diversi settori e non è diverso chi fa startup, ecco perché non ha senso voler creare delle differenze che in realtà non ci sono.

La quarta. Si rischia di discriminare gli imprenditori “tradizionali”.
Chi fa impresa da qualche decina d’anni rischia di non essere considerato “figo”, come chi fa startup, creando potenziali scontri generazionali e di credibilità.
Visto che va di moda, tanti pretenderanno di fare startup, anche chi ha un bar o un’agenzia e quindi è fuori settore, creando ulteriore confusione.
Il rischio è il goffo tentativo di rendere “figo” e “pop” qualcosa che invece è normalissimo e che potrebbe alimentare collaborazioni e scambi reciproci piuttosto che sorrisini. 

La quinta. Chi fa startup ha lo stesso obiettivo di chi fa azienda.
E’ vero che le metriche che interessano l’imprenditore “tradizionale” possono essere diverse da quelle su cui è focalizzato chi fa startup. In alcuni modelli di business nel mondo tech non si parla necessariamente di fatturato ma di metriche. Nel lungo termine, tuttavia, ci deve essere una forma di monetizzazione e quindi sarà necessario pensare al fatturato.

Al di là di questa variazione, possiamo comunque affermare che le dinamiche di gestione dell’azienda sono le stesse.

Conclusione

Smettiamola di chiamarli startupper, per il bene di tutti, anche di chi continuerà a pensare che le startup sono solo l’ennesima invenzione per chi non ha voglia di lavorare.

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